一期一会 (Ichi-go ichi-e) – “One time, one meeting” o dell’unicità di ogni incontro (Parte 1)

Sono passati più di due mesi dall’ultimo post… Ormai non posso fare più gi auguri di Natale, Capodanno e San Valentino, ma sono ancora in tempo per quelli di Carnevale forse! XD Ebbene, in questi mesi non mi sono fermata, ho viaggiato, i miei occhi hanno visto posti nuovi e le mie orecchie hanno ascoltato la voce di tanta gente, sconosciuta e non. Ichi-go ichi-e  è un idioma giapponese di 4 parole (yojijukugo)che esprime un concetto relativo alla filosofia zen e associato alla cerimonia del tè. Ogni momento è unico, ogni incontro è unico, e bisogna onorarlo per la sua unicità qui e ora, nel presente.  E’ quello che sto cercando di fare da quando sono arrivata in Giappone e soprattutto negli ultimi due mesi di viaggi, che mi hanno insegnato ad apprezzare la transitorietà del tempo e dello spazio e fare tesoro di ogni incontro. E ora… inizia il mio viaggio in vostra compagnia !  24 -26 Dicembre 2014 高野山  – Monte Kōya (Kōyasan) Quando arriva Natale e sei lontano da casa, dalla famiglia e dagli amici, nel Paese che ami e che è ancora tutto da scoprire, qual è la cosa migliore da fare?! Ma certo… Viaggiare! Per il giorno di Natale ho scelto, seppur a modo mio, la preghiera, nel posto forse più spirituale di tutto il Giappone : il Monte Kōya(高野山), nella prefettura di Wakayama 和歌山, a Sud di Ōsaka 大阪. Luogo stabilito esattamente 1200 anni fa per la pratica e lo studio del Buddhismo esoterico della setta Shingon 真言, fondata da Kōbō Daishi (Kūkai 空海). Dal 2004 è stato designato come Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO. monte koya cartina Nel mio primo viaggio in assoluto con l’unica compagnia della mia fotocamera, arrivata a Ōsaka con il bus notturno (la soluzione più economica anche se quella che impiega più tempo), alle 6 del mattino mi dirigo verso la stazione di Namba(難波) da dove prenderò il treno della Nankai Koya Line fino a Gokurakubashi, attraversando i paesaggi montani dove il tempo sembra trascorrere senza fretta. Da Gokurakubashi una cable car si arrampica per 5 minuti fino a 1000 m di altezza dal livello del mare e arrivati in cima la “fresca” brezza avvolge tutto il corpo in un brivido di freddo e meraviglia. Con gli autobus locali raggiungo quello che sarà il mio alloggio speciale per due giorni: uno dei più di 50 templi che offrono ospitalità sul Kōyasan. Il Jōfukuin 成福院 è un raro esempio di templi della tradizione Birmana in Giappone con la sua pagoda dalla forma ottagonale (Manihōtō 摩尼宝塔). La custode e i monaci del tempio, sorpresi di vedere una giovane ragazza sola visitare e alloggiare al monte proprio il giorno di Natale, mi hanno accolta con gentilezza e discrezione e non mi hanno fatto mancare niente. Colazione e cena vegetariana (shōjin ryōri 精進料理) saporite e belle da vedere, camera in tatami con shōji che davano su un piccolo terrazzino e giusto per rimanere aggiornati sulle notizie dal mondo, tv e wifi. Essendo una dei pochissimi turisti al monte e forse l’unica al tempio, è stato il viaggio che cercavo. Un luogo dove raccogliermi in preghiera e raggiungere almeno col cuore la mia famiglia e dove raccogliere i miei pensieri e recuperare energie per l’anno che sarebbe arrivato a breve. Al mattino sveglia prestissimo per partecipare allo otsutome, la cerimonia buddhista mattutina durante la quale i monaci cantano i sutra per quasi un’ora nella hondō (本道) del tempio. Dopo la colazione subito pronta per iniziare il pellegrinaggio. La mattina spetta al lato Ovest del monte. Al tempio Kongōbuji 金剛峯寺 (Tempio della montagna di diamante), quartier generale della setta Shingon, nella quiete della leggera neve che mi accompagnava ho ammirato le ante scorrevoli dipinte da Kanō Tansai, Toshitsu Saito e Moriya Tadashi che rappresentano spettacolari paesaggi naturali e scene del soggiorno di Kūkai nella Cina dei Tang. Sulla via verso il giardino di pietre Banryūtei ((蟠龍庭) mi sono fermata ad assaporare con calma una tazza di tè offertami da alcune simpatiche soignore nella sala da tè Shinbetsuden. Seconda tappa al Danjo Garan (Garan deriva dal sanscrito samgharama, che significa un luogo tranquillo e ritirato dove i monaci Buddhisti potevano dedicarsi alla pratica), uno dei luoghi più importanti del Kōyasan che comprende circa 20 strutture.  Il maestoso stupa rosso Konpon Daitō che nei suoi 48.5 metri di altezza custodisce un mandala tridimensionale, con un’imponente statua di legno di Dainichi Nyorai del Taizōkai (il Regno della Matrice) circondato dai 4 Buddha Kongōkai (il Regno di Diamante). In rispetto della sacralità del luogo, non sono permesse foto all’interno, ma d’altronde non avrebbero lo stesso impatto emotivo del trovarsi ai loro piedi nello stesso spazio e nello stesso tempo. Al centro di tutto il complesso si trova il sanko no matsu, il pino dove, secondo la leggenda, sarebbe caduto il vajra a tre punte che Kūkai lancio verso Est con la preghiera di essergli rivelato il posto ideale dove costruire il suo monastero. Questo pino ha tre punte invece di due, proprio come il vajra lanciato dal monaco. A fare da guardia all’intero sito c’è il Miyashiro, il santuario dedicato alle divinità tutelari del monte: Niutsuhime e Kariba-myojin. Non c’è da stupirsi che ci siano santuari Shintō anche in un luogo completamente dedicato alla pratica buddhista: prima del periodo Meiji era pratica comune per i templi e monasteri buddhisti incorporare santuari a protezione delle aree sacre. Inoltre in Giappone le divinità Shintō erano considerate come manifestazioni di Buddha e Bodhisattva: ecco perché non è raro incontrare per tutto il Paese complessi che uniscono templi e santuari. Discendendo dal Chūmon (Porta di mezzo) arrivo al Museo Reihokan che conserva statue, mandala, dipinti e documenti tra tesori nazionali e importanti beni culturali. Tra questi sono esposti i grandi “Mandala di Sangue”, su cui, secondo la leggenda, i Budda Cosmici (Dainichi Nyorai 大日如来) rappresentati al centro dei Mandala furono dipinti con colori mischiati al sangue della fronte di Taira no Kiyomori (1118-1181), comandante del XII sec, della famiglia più potente del Giappone del secolo . Si dice che sia stato fatto per auspicare la pace in tutto il Giappone. Dal Daimon (il grande cancello che da formalmente accesso all’intero complesso del monte con i suoi 25 metri di altezza e i due guardiani ai lati) ripercorro la stessa strada per salire verso il Nyonindō, l’unico dei sette templi costruiti ad ogni entrata del monte per dare rifugio alle donne praticanti che si recavano in pellegrinaggio al Kōyasan, il cui centro era chiuso alle donne fino al 1872. Da qui fino al Daimon (e viceversa) si può percorrere il percorso di pellegrinaggio delle donne (nyonin michi 女人道) che con 20 minuti di cammino porta sulla vetta del monte Benten-dake, per poi ridiscendere verso il grande cancello continuando verso lo Otasuke Jizō, un piccolo santuario dove si prega per far avverare un proprio desiderio. Per ragioni di tempo meteorologico e non, purtroppo questa volta ho dovuto saltare questa parte..image Il pomeriggio invece l’ho dedicato al pellegrinaggio verso lo Oku-no-in  (奥の院), il Mausoleo di Kōbo Daishi, il luogo più sacro del monte, che si raggiunge, una volta superato il primo ponte (ichi-no-hashi) dopo essersi inchinati in segno di rispetto a Kūkai,  percorrendo un sentiero di 2 km ai cui lati si trovano alberi di cedro centenari e più di 200.000 pietre tombali, tra cui quella di Oda Nobunaga, il monumento di haiku di Matsuo Basho e il monumento di tanka di Yosano Akiko.

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Al Gobyo-no-hashi metto via in custodia la fotocamera, mi inchino nuovamente e mi preparo spiritualmente. Ad ogni passo respiro, ascoltando i suoni e i profumi della natura. Stanca ma in pace arrivo al Torodō,il tempio dove centinaia di lanterne secondo la tradizione bruciano ininterrottamente dalla morte di Kōbo Daishi. Alle spalle del tempio si trova il Gobyo, il mausoleo dove riposa da più di 1000 anni il fondatore di questo luogo di pratica e preghiera. L’ultima mattina la dedico alla via Odawara, costituita da vari negozietti di souvenir e cibi locali: specialità del monte sono il goma-dofu che ha la consistenza del tofu ma in realtà è fatto con una sorta di pasta di semi di sesamo, e gli yaki-mochi , piccole tortine di farina di riso con ripieno dei tipici fagioli rossi cotte alla piastra. In tutta questa spiritualità non bisogna pensare che potreste morire di fame! Percorrendo le vie principali la sensazione è quella di un tranquillo paesino di montagna dove non mancano ottimi ristoranti e café (non solo vegetariani) e parrucchieri! Prima di ridiscendere verso la moderna Ōsaka, avvolta dal bianco della nevicata notturna mi appresto a prendere parte al Jukai, semplificazione della più antica cerimonia buddhista per prendere rifugio nei Tre Gioielli del Buddhismo e ricevere i precetti della legge buddhista. Mi purifico sfregando la polvere d’incenso nelle mani prima di entrare nella stanza completamente buia dove il monaco e tutte le parti che compongono il mio “me” recitiamo i mantra con concentrazione e consapevolezza. Alla fine ricevo il Bosatsu kaichō, il mio “attestato di partecipazione”. No, non sono diventata un monaco, e non sono diventata buddhista: questo è solo una piccola anteprima di un cammino molto più lungo… Intanto però, col cuore leggero e la mente serena ripercorro il viaggio al contrario, lasciandomi alle spalle 1200 anni di storia che non si arrendono al tempo. Nel pomeriggio invece raggiungo la “Napoli” giapponese, ma questo è un altro post …

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Pubblicato da

Kabura

Japan, matcha, animals, nature, photo lover. Curiosa del mondo presente, passato e futuro

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