Daikanyama: the Trendy Globalized Residential District

Daikanyama

Nowadays, when people are asked to talk about Tōkyō or try to imagine it, one of the first thing that comes to mind is the scramble crossing in front of the Shibuya station Hachiko exit. People from all directions wait for the green light to go over careful not to obstruct and not be hampered by the direction of the other, scared to be lost like ants which get confused if an obstacle comes in front of them. Probably this is the best image to describe the chaotic nature of a city in constant motion. But Tokyo is also the city of contrasts and contradictions, where every little space has its uniqueness and charm.   DSC_8799

Just 10 minutes by walk from the eccentric Shibuya, leaving behind the Yamanote line route, there is a town where you can forget the city noise, letting time flows slowly without any regret: Daikanyama, literally the “local administrator’s mountain”.

Surrounded by the stations of Shibuya, Ebisu and Nakameguro like the embrace of a strong father, as a modern area were the word “oshare” (“trendy” in Japanese) is an imperative in term of fashion, cafes, design and art, it is not easy to image an ancient history that goes from the Jōmon era (ca 11000 BCE-ca 300 BCE). During that period, where now  stands the hypermodern Tōkyō there was a very intricate bay and the area of Shibuya was nothing more than sea, while in Daikanyama’s one there was the land where people started to live in[1].

Besides some Kofun (ancient round burial mount) gathered on western Shibuya Hill, Sarugaku-chō, there aren’t many other evidences about other eras but according to Fujimori Takashi, the Daikanyama City Council Officer, during the Edo period Daikanyama was a rural area located in suburbs of the old Edo[2]. Thanks to the samurai, who start to live there from the Meiji period, the area could grow rapidly also in economic terms. With the construction of the station and the first apartments built with concrete in Japan both occurred from 1927, it became residential center for people who co-worked in order to let bloom the new aspect of Daikanyama’s culture.

Walking through the main huge streets, Hachiman-dōri or Kyu Yamate-dōri, you can feel more and more freedom of spaces and sounds. The atmosphere changes at each step: leaving behind the deafening noises of the running life of millions of “ants” and looking at the architectures mainly made of wood and glass, the surrounding space opens to reveal a field full of “butterflies”. Quiet and elegant, different in colors and shapes, they fly gracefully from flower to flower, unable to decide which is better. Perhaps the (cherry blossoms) for the smallest, or the (sunflower)along the slight Daikanyama hill before trying the for those full of life. Probably the best place for a leisured break is the “ivy’s room”, better known as Tsutaya (“tsuta” means “ivy”) bookstoreDSC_8820

Whether it is real or made in words, nature is essential for the life of its inhabitants, for the most part young couples or families, where children can grow up in the tranquility and lushness of the forest before climbing skyscrapers. Harmony and balance are not only visible in spaces and buildings but also in people relationships.

In the streets close to Hillside Terrace (a complex of 14 buildings along Kyu Yamate-dōri completed in 1969 after 30 years of works), it is common to encounter foreigners walking sure of their way while chatting with friends a step back to their children who play happily in the wide spaces between a shop and another. As stated by Kengo Asakura, a descendant of the warriors’ Asakura Family that governed the area from the end of Edo period, “since the area around Hillside Terrace has strict restrictions, there has not been any unnecessary developments for money making purposes. Instead, it still is a very connected community and residents and merchants have personal relationships”[3].  DSC_8785

A place where the glass walls of the buildings reflect the sunlight, irradiating the streets as a kaleidoscope of colors, a garden where there is space to bloom not only for flowers but also for ideas and moral values, where art is a lifestyle and time is not in a hurry: all of this is around the corner.

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[1] Nakazawa Shinichi, Earth diver, Kodansha, Tokyo, 2005 (from the website “Daikanyama T-Site”, https://tsite.jp/daikanyama/about/history.html, last consultation on 15th July 2015).

[2] Shibuya City Tourism Association Inc. Foundation website, “Daikanyama press&map vol. 3, December 2012”,

http://www.shibuyakukanko.jp/mappdf/mappdf/daikanyama_english.pdf (last consultation on July 15th 2015).

[3] Shibuya City Tourism Association Inc. Foundation website, “Daikanyama press&map vol. 3, December 2012”,

http://www.shibuyakukanko.jp/mappdf/mappdf/daikanyama_english.pdf (last consultation on July 15th 2015).

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一期一会 – Parte 2(a)

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Osaka 2014  (Foto su Flickr)

26-30 Dicembre 2014 大阪、神戸 – Ōsaka, Kōbe Dopo la magia del mistico Kōyasan, arrivo nella vivace Ōsaka, fin da tempi più antichi capitale commerciale del Giappone. Where_is_Osaka La differenza con la capitale vera e propria è subito percepibile, a cominciare dal lato per salire le scale: nella città del Sud ci si mette in fila sulla destra o non si sta proprio in fila! Questo “adattamento” alle usanze occidentali avvenne quando fu scelta come sede per l’Expo 1970 (日本万国博覧会 Nihon bankoku hakuran-kai), la prima esposizione mondiale mai tenuta in un paese asiatico. Con i suoi 2.6 milioni di abitanti, ospita il 15,6% di tutti i non-giapponesi residenti in Giappone. Ricca di storia, cultura e tradizione culinaria, Ōsaka rappresenta ancora un’importante meta per giovani e non. Il mio tour inizia dalle vicinanze dell’Hotel Taiyo, a due passi dalla fermata metro Dōbutsuen mae, non molto lontano dalla Tsūtenkaku Tower(通天閣), la “Torre che tocca il cielo”, conosciuta tra gli abitanti come la “Naniwa’s Eiffel Tower” (Naniwa è uno dei 24 quartieri), simbolo della città originariamente progettata e costruita sul modello della Tour Eiffel nel 1912, ma distrutta da un incendio nel 1943. Poco più di 10 anni dopo venne inaugurata la nuova struttura a forma ottagonale. Al quinto piano è esposta la statua di Billiken, personaggio ideato nel 1908 dall’illustratrice americana Florence Pretz a seguito di un suo sogno. Da sempre questo elfo dal sorriso malizioso (ride o è arrabbiato?!) è conosciuto come il “Dio delle cose come dovrebbero essere”. In Giappone la prima e la più famosa rappresentazione del Billiken fu situata nel 1912 nel Luna Park di Shinsekai a Ōsaka.. Divenne un popolare souvenir del parco, rappresentato in forma di bambola e manju (morbido dolce ripieno di pasta rossa). Quando il parco venne chiuso nel 1923 la statua lignea del Billiken andò perduta.Quella che oggi si trova nella Torre dal 1980 è solo una replica. Faccio un giro al Tennōji Park, che purtroppo trovo in stato di simil-abbandono per via dei lavori in corso, e camminando lungo la Tanimachisuji street arrivo quasi al tramonto allo Shitennōji 四天王寺 (Il tempio dei Quattro Re Celesti), uno dei complessi di templi buddhisti più antichi del Giappone, fondato nel 593 dal Principe  Shōtoku , che supportò l’introduzione del Buddhismo nel Paese. Come per la maggior parte dei templi, anche questo fu distrutto più volte nel corso dei secoli da vari incendi, ma venne ricostruito sempre secondo il modello originale. L’entrata del Gokuraku-jodo Garden è a pagamento, ma essendo arrivata tardi non ho potuto accedervi.       Sito ufficiale: http://www.shitennoji.or.jp/ Mi perdo per le strade illuminate di Namba 難波, prima di raggiungere Dōtonbori 道頓堀, storicamente distretto teatrale e oggi meta notturna più amata dai turisti, via che si estende lungo l’omonimo canale. La gigantesca insegna animata della “Glico”,che rappresenta l’immagine di un uomo vittorioso che raggiunge il traguardo, è considerata uno dei simboli della città. Con i suoi locali che si affacciano sul lungofiume fa venire in mente lo scenario di una città francese in versione supertecnologica, e poco ci si stupirebbe se all’improvviso da lontano si distinguesse il suono di una fisarmonica. Sulla via del ritorno, attraversando Ebisubashi-suji Shopping Street, mi impressionano le insegne 3D dei ristoranti, con granchi e draghi giganti pronti ad accoglierti nelle loro dimore (per mangiar(ti)li meeeglio!). Il giorno seguente inizia prestissimo la maratona di musei e luoghi d’interesse sfruttando l’Osaka Amazing Pass di un giorno (2300 yen), che mi dava accesso a qualsiasi mezzo, entrate gratis ai musei e svariati coupon per cibo e shopping. Prima di raggiungere lo Ōsaka-jō 大阪城, il castello della città (situato a Nord-Est), sbagliando strada riesco a vedere per caso la City Central Public Hall (vicino la stazione di Naniwabashi, un po’ più a Ovest). Il Castello risale al 1583 (anche se incendiato e ricostruito più volte), fatto costruire da Toyotomi Hideyoshi, nell’area dove prima sorgeva il tempio di Ishiyama Hongan-ji, distrutto dall’armata di Oda Nobunaga. Oggi l’interno ospita un museo relativo alla storia della città e del castello e dall’ultimo piano (l’8°)si può godere una magnifica vista di Ōsaka a 50 m di altezza. All’uscita del parco del Castello, attraversando la strada ci si ritrova il Museo di Storia 大阪歴史博物館。Se pensate di non entrarvi per paura di annoiarvi, sbagliate di grosso. Il viaggio nel tempo inizia dal 10° piano, dove si può camminare nella parziale ricostruzione in scala reale del Daigokuden, antico palazzo del periodo Nara, insieme ai suoi funzionari e alle sue cortigiane. Si atterra al periodo Edo, grazie alla guida del burattino del teatro Bunraku e a quella dei volontari che sono felicissimi di approfondire la storia – in giapponese – e insegnarvi a giocare al Tōsenkyō 投扇興, il lancio dei ventagli. Il gioco, che risale al XVIII sec. circa, consiste nel colpire un bersaglio a forma di foglia di albero di Ginko (chō = farfalla), posto su un piedistallo di legno chiamato makura (= cuscino). Il giocatore si siede in ginocchio ad una distanza di circa 1 metro e lancia il ventaglio (ōgi). I nomi di farfalla e cuscino derivano dal fatto che il gioco sarebbe nato per opera di un giocatore d’azzardo di Kyoto, che, disturbato durante il sonno da una farfalla che persistentemente svolazzava intorno al suo cuscino, tentava di allontanarla lanciandole contro un ventaglio. Per saperne di più: http://www.tosenkyo.net/whats-e.htm Qui un video con sottotitoli in inglese: https://www.youtube.com/watch?v=OvNF-vwM7_M Scendendo ci si immerge in un vero e proprio sito archeologico, dove grandi e piccoli si divertono a risolvere enigmi, scoprire reperti e completare progetti. Ancora più giù si può ammirare il panorama della città del XIX-XX sec. Penultima tappa del giorno al Sakuya Konohana kan Botanic Garden ,  allo Tsurumi Ryokuchi Park, molto più a Est del Castello. Ne è valsa la pena: con circa 15.000 piante di 2.600 specie da tutto il mondo, questo giardino offre l’opportunità di imparare la magnificenza della natura e le sue differenze. Anche qui ho incontrato una guida: una simpatica giardiniera che mi ha spiegato la particolarità della Plinia caulifora (Jabuticaba), albero originario del Brasile, i cui fiori (bianchi) e frutti (bacche generalmente nere), molto delicati e dalla vita breve, crescono direttamente sul tronco. Raccontandomi di tutte le specie di Hibiscus presenti nel giardino, mi ha trasmesso tutto il suo amore per quelle piante e tutta la dedizione e la pazienza che ci mette, insieme agli altri dipendenti, per farle crescere sane e belle. La specie dai fiori gialli, mi è stato detto, è stata trapiantata per talee e per fiorire ci ha impiegato parecchi anni. Dal vivo si potevano riconoscere i rami e le foglie più giovani, più grandi rispetto a quelle più vecchie. Un’altra pianta che ha catturato la mia attenzione è stata la Chorisia speciosa (o Ceiba speciosa): un albero originario dell’Argentina, dal tronco rigonfio nella parte inferiore e dotato di grosse spine coniche. I frutti contengono un simil-cotone, che in realtà è una fibra bianca nota come “falso kapok”, che viene utilizzata per realizzare imbottiture (fonte: Wikipedia). In serata mi sono goduta la vista della città notturna dal Floating Garden Observatory , un grattacielo alto 173 m, che offre una vista a 360°, anche a cielo aperto, su una piattaforma illuminata, pensata per le coppiette che vogliono trascorrere un momento romantico tra stelle e luci. image Guardare il mondo dall’alto è una cosa che ho imparato a fare in Giappone. Vedere la fitta ragnatela di ferro e luci, sentire il cuore della città che pulsa. Vedere quello che quei piccoli animali chiamati “umani” hanno costruito nel tempo. E sentirsi piccoli, piccoli come insetti che si affannano nel gioco dell’illusione chiamata vita. ∧_∧ (。・ω・。)つ━☆・。 ⊂   ノ    ・゜+. しーJ   °。+ *´¨) .· ´¸.·´¨) ¸.·¨) (¸.·´ (¸.·’

異文化のこと ~ 冬休みに経験した文化の違い

日本で始めて過ごした冬休みは私の文化だけでなく、日本のともすこし違うと思う。イタリアでクリスマスの日は宗教的と伝統的に大切な祭日なので、皆さんは家族と一緒に過ごすのは普通である。私も25年間中でいつもそのようにしたが、今年ははじめて一人だった。そのせいか、特別な量今日して決めた。

それで、クリスマスの前日は世界遺産の高野山に行って来た。何の方法も家族と友達を届いたいと思って、一番いいことは祈(いの)りだと思ったのである。

イタリアの住民はだいたいキリスト教徒なので、クリスマスの夜にイエスの誕生日のために教会に祈願する。クリスマスの日家族の皆さんは一緒に昼ご飯を食べて、クリスマスツリーの横にプレゼントを交換する。よかったら、友達とも特徴的なゲームをして、一番人気なのはトンボラというビンゴに似たゲームです。楽しいことはそのゲームに勝てばお金をもらうことだ。遊びながらクリスマスの甘いものをよく食べる。そんなお菓子は地域によっても違うのに、全国的なのはパンドーロとパネットーネというケーキがある。

しかし、日本ではクリスマスは恋人のイベントだそうので、そんな感じのことをしないと分かった。だから、高野山へ行って、宿坊をして、クリスマスの日と来日の朝早く起きて、おつとめに参加していた。日中に高野山のお寺や仏教の名品を見に行っていた。私は一人で、観光客もあまりいなかったのでとても静かだったのおかげで、そちらのところの宗教性的な力を感じられたのである。

イタリアの文化と日本文化ともまったく異なる体験だったのに、私がこう過ごしたいと思っていた経験をすることができた。ただし、お正月は日本の国民的伝統を感じられるように東京の深大寺に初詣をしに行った。その日も私の国と比べてあまり似ていないのである。他の西洋の国の逆に日本でお正月はもっと宗教的なイベントに違いない。

お寺や神社の周りに特に食べ物を売る屋台がたくさんあって、寺社の参道で新年が良い年を願うために絵馬やおみくじなどが売られる。真夜中は静かで、鐘の音ばかり聞こえて、皆は寺社の前で並んで祈る。私の国では家族と友達とも家や広場に新年を待って真夜中になるとにぎあかで「おめでとう~」といって、キスもし抱き合っても、シャンパンを飲みながら、乾杯することである。

日本では新年の夜だけでなく、次の数日もいろいろな寺社に初詣をするので、人々はいっぱいいるのを見たことがある。私も日本人のようにいくつかの寺社に初詣したり、絵馬に新年の希望を書いたり、家で正月の飾りをした。

私にとって、面白いのは全然同じことしなくても、世界中で良い新年を迎えようと一生懸命考える風習があって、よいことがあるためにいろいろな活力をすることである。

一期一会 (Ichi-go ichi-e) – “One time, one meeting” o dell’unicità di ogni incontro (Parte 1)

Sono passati più di due mesi dall’ultimo post… Ormai non posso fare più gi auguri di Natale, Capodanno e San Valentino, ma sono ancora in tempo per quelli di Carnevale forse! XD Ebbene, in questi mesi non mi sono fermata, ho viaggiato, i miei occhi hanno visto posti nuovi e le mie orecchie hanno ascoltato la voce di tanta gente, sconosciuta e non. Ichi-go ichi-e  è un idioma giapponese di 4 parole (yojijukugo)che esprime un concetto relativo alla filosofia zen e associato alla cerimonia del tè. Ogni momento è unico, ogni incontro è unico, e bisogna onorarlo per la sua unicità qui e ora, nel presente.  E’ quello che sto cercando di fare da quando sono arrivata in Giappone e soprattutto negli ultimi due mesi di viaggi, che mi hanno insegnato ad apprezzare la transitorietà del tempo e dello spazio e fare tesoro di ogni incontro. E ora… inizia il mio viaggio in vostra compagnia !  24 -26 Dicembre 2014 高野山  – Monte Kōya (Kōyasan) Quando arriva Natale e sei lontano da casa, dalla famiglia e dagli amici, nel Paese che ami e che è ancora tutto da scoprire, qual è la cosa migliore da fare?! Ma certo… Viaggiare! Per il giorno di Natale ho scelto, seppur a modo mio, la preghiera, nel posto forse più spirituale di tutto il Giappone : il Monte Kōya(高野山), nella prefettura di Wakayama 和歌山, a Sud di Ōsaka 大阪. Luogo stabilito esattamente 1200 anni fa per la pratica e lo studio del Buddhismo esoterico della setta Shingon 真言, fondata da Kōbō Daishi (Kūkai 空海). Dal 2004 è stato designato come Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO. monte koya cartina Nel mio primo viaggio in assoluto con l’unica compagnia della mia fotocamera, arrivata a Ōsaka con il bus notturno (la soluzione più economica anche se quella che impiega più tempo), alle 6 del mattino mi dirigo verso la stazione di Namba(難波) da dove prenderò il treno della Nankai Koya Line fino a Gokurakubashi, attraversando i paesaggi montani dove il tempo sembra trascorrere senza fretta. Da Gokurakubashi una cable car si arrampica per 5 minuti fino a 1000 m di altezza dal livello del mare e arrivati in cima la “fresca” brezza avvolge tutto il corpo in un brivido di freddo e meraviglia. Con gli autobus locali raggiungo quello che sarà il mio alloggio speciale per due giorni: uno dei più di 50 templi che offrono ospitalità sul Kōyasan. Il Jōfukuin 成福院 è un raro esempio di templi della tradizione Birmana in Giappone con la sua pagoda dalla forma ottagonale (Manihōtō 摩尼宝塔). La custode e i monaci del tempio, sorpresi di vedere una giovane ragazza sola visitare e alloggiare al monte proprio il giorno di Natale, mi hanno accolta con gentilezza e discrezione e non mi hanno fatto mancare niente. Colazione e cena vegetariana (shōjin ryōri 精進料理) saporite e belle da vedere, camera in tatami con shōji che davano su un piccolo terrazzino e giusto per rimanere aggiornati sulle notizie dal mondo, tv e wifi. Essendo una dei pochissimi turisti al monte e forse l’unica al tempio, è stato il viaggio che cercavo. Un luogo dove raccogliermi in preghiera e raggiungere almeno col cuore la mia famiglia e dove raccogliere i miei pensieri e recuperare energie per l’anno che sarebbe arrivato a breve. Al mattino sveglia prestissimo per partecipare allo otsutome, la cerimonia buddhista mattutina durante la quale i monaci cantano i sutra per quasi un’ora nella hondō (本道) del tempio. Dopo la colazione subito pronta per iniziare il pellegrinaggio. La mattina spetta al lato Ovest del monte. Al tempio Kongōbuji 金剛峯寺 (Tempio della montagna di diamante), quartier generale della setta Shingon, nella quiete della leggera neve che mi accompagnava ho ammirato le ante scorrevoli dipinte da Kanō Tansai, Toshitsu Saito e Moriya Tadashi che rappresentano spettacolari paesaggi naturali e scene del soggiorno di Kūkai nella Cina dei Tang. Sulla via verso il giardino di pietre Banryūtei ((蟠龍庭) mi sono fermata ad assaporare con calma una tazza di tè offertami da alcune simpatiche soignore nella sala da tè Shinbetsuden. Seconda tappa al Danjo Garan (Garan deriva dal sanscrito samgharama, che significa un luogo tranquillo e ritirato dove i monaci Buddhisti potevano dedicarsi alla pratica), uno dei luoghi più importanti del Kōyasan che comprende circa 20 strutture.  Il maestoso stupa rosso Konpon Daitō che nei suoi 48.5 metri di altezza custodisce un mandala tridimensionale, con un’imponente statua di legno di Dainichi Nyorai del Taizōkai (il Regno della Matrice) circondato dai 4 Buddha Kongōkai (il Regno di Diamante). In rispetto della sacralità del luogo, non sono permesse foto all’interno, ma d’altronde non avrebbero lo stesso impatto emotivo del trovarsi ai loro piedi nello stesso spazio e nello stesso tempo. Al centro di tutto il complesso si trova il sanko no matsu, il pino dove, secondo la leggenda, sarebbe caduto il vajra a tre punte che Kūkai lancio verso Est con la preghiera di essergli rivelato il posto ideale dove costruire il suo monastero. Questo pino ha tre punte invece di due, proprio come il vajra lanciato dal monaco. A fare da guardia all’intero sito c’è il Miyashiro, il santuario dedicato alle divinità tutelari del monte: Niutsuhime e Kariba-myojin. Non c’è da stupirsi che ci siano santuari Shintō anche in un luogo completamente dedicato alla pratica buddhista: prima del periodo Meiji era pratica comune per i templi e monasteri buddhisti incorporare santuari a protezione delle aree sacre. Inoltre in Giappone le divinità Shintō erano considerate come manifestazioni di Buddha e Bodhisattva: ecco perché non è raro incontrare per tutto il Paese complessi che uniscono templi e santuari. Discendendo dal Chūmon (Porta di mezzo) arrivo al Museo Reihokan che conserva statue, mandala, dipinti e documenti tra tesori nazionali e importanti beni culturali. Tra questi sono esposti i grandi “Mandala di Sangue”, su cui, secondo la leggenda, i Budda Cosmici (Dainichi Nyorai 大日如来) rappresentati al centro dei Mandala furono dipinti con colori mischiati al sangue della fronte di Taira no Kiyomori (1118-1181), comandante del XII sec, della famiglia più potente del Giappone del secolo . Si dice che sia stato fatto per auspicare la pace in tutto il Giappone. Dal Daimon (il grande cancello che da formalmente accesso all’intero complesso del monte con i suoi 25 metri di altezza e i due guardiani ai lati) ripercorro la stessa strada per salire verso il Nyonindō, l’unico dei sette templi costruiti ad ogni entrata del monte per dare rifugio alle donne praticanti che si recavano in pellegrinaggio al Kōyasan, il cui centro era chiuso alle donne fino al 1872. Da qui fino al Daimon (e viceversa) si può percorrere il percorso di pellegrinaggio delle donne (nyonin michi 女人道) che con 20 minuti di cammino porta sulla vetta del monte Benten-dake, per poi ridiscendere verso il grande cancello continuando verso lo Otasuke Jizō, un piccolo santuario dove si prega per far avverare un proprio desiderio. Per ragioni di tempo meteorologico e non, purtroppo questa volta ho dovuto saltare questa parte..image Il pomeriggio invece l’ho dedicato al pellegrinaggio verso lo Oku-no-in  (奥の院), il Mausoleo di Kōbo Daishi, il luogo più sacro del monte, che si raggiunge, una volta superato il primo ponte (ichi-no-hashi) dopo essersi inchinati in segno di rispetto a Kūkai,  percorrendo un sentiero di 2 km ai cui lati si trovano alberi di cedro centenari e più di 200.000 pietre tombali, tra cui quella di Oda Nobunaga, il monumento di haiku di Matsuo Basho e il monumento di tanka di Yosano Akiko.

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Al Gobyo-no-hashi metto via in custodia la fotocamera, mi inchino nuovamente e mi preparo spiritualmente. Ad ogni passo respiro, ascoltando i suoni e i profumi della natura. Stanca ma in pace arrivo al Torodō,il tempio dove centinaia di lanterne secondo la tradizione bruciano ininterrottamente dalla morte di Kōbo Daishi. Alle spalle del tempio si trova il Gobyo, il mausoleo dove riposa da più di 1000 anni il fondatore di questo luogo di pratica e preghiera. L’ultima mattina la dedico alla via Odawara, costituita da vari negozietti di souvenir e cibi locali: specialità del monte sono il goma-dofu che ha la consistenza del tofu ma in realtà è fatto con una sorta di pasta di semi di sesamo, e gli yaki-mochi , piccole tortine di farina di riso con ripieno dei tipici fagioli rossi cotte alla piastra. In tutta questa spiritualità non bisogna pensare che potreste morire di fame! Percorrendo le vie principali la sensazione è quella di un tranquillo paesino di montagna dove non mancano ottimi ristoranti e café (non solo vegetariani) e parrucchieri! Prima di ridiscendere verso la moderna Ōsaka, avvolta dal bianco della nevicata notturna mi appresto a prendere parte al Jukai, semplificazione della più antica cerimonia buddhista per prendere rifugio nei Tre Gioielli del Buddhismo e ricevere i precetti della legge buddhista. Mi purifico sfregando la polvere d’incenso nelle mani prima di entrare nella stanza completamente buia dove il monaco e tutte le parti che compongono il mio “me” recitiamo i mantra con concentrazione e consapevolezza. Alla fine ricevo il Bosatsu kaichō, il mio “attestato di partecipazione”. No, non sono diventata un monaco, e non sono diventata buddhista: questo è solo una piccola anteprima di un cammino molto più lungo… Intanto però, col cuore leggero e la mente serena ripercorro il viaggio al contrario, lasciandomi alle spalle 1200 anni di storia che non si arrendono al tempo. Nel pomeriggio invece raggiungo la “Napoli” giapponese, ma questo è un altro post …

仕方が無い (Shikata ga nai) – “It can’t be helped” o del “Non c’è nulla da fare”

Dicembre. Tokyo si prepara a cambiare vestito per ripararsi dal gelo invernale. E così anche i suoi piccoli abitanti, che a fatica abbandonano il calore delle coperte al mattino per affrettarsi a guardagnare un posto sui treni super affollati, per cui, ho imparato osservando, ci sono tecniche specifiche di incastro che molti hanno perfezionato con gli anni : movenze leggere e sinuose, a ritmo coi jingle che risuonano sui binari di ogni stazione.

Shikata ga nai. Non si può far nulla, se non adattarsi. Un’espressione molto usata dai giapponesi e che in questi giorni ritrovo anche su alcuni giornali in riferimento alle elezioni anticipate che si stanno svolgendo proprio adesso in Giappone, volute dallo stesso primo ministro Abe per riconfermare la maggioranza del suo partito “prima che sia troppo tardi”. La vittoria è data da tutti per scontata, proprio perché non c’è nulla da fare. La stampa americana biasima il Giappone per la sua apatia nell’accettare cose che in realtà potrebbero essere cambiate. A me viene da pensare al detto del mio paese: “Cu dassa a strata vecchia pà nova sapa chidu chi dassa ma non sapa chidu chi trova” (Chi lascia la strada vecchia per quella nuova, sa quello che si lascia alle spalle ma non sa a cosa andrà incontro). Infatti i giapponesi non vedono molte speranze neanche nel partito dell’opposizione, il Partito Democratico, che negli ultimi anni ha fallito nel realizzare i suoi progetti. Quello che cercano è la stabilità del Paese e di un governo che non cambi primo ministro ogni anno come succede da qui a circa 6 anni. E la maggior parte non vede altra alternativa se non continuare a votare Abe, sperando che con più tempo a disposizione riesca a far ripartire l’economia giapponese. Da italiana, posso ben capire lo stato d’animo di questo popolo, il senso di smarrimento che provano nel non avere certezze né da un lato né dall’altro. Di certo non è un atteggiamento da incoraggiare, ma è un sistema troppo radicato per credere di poterlo cambiare da un giorno all’altro solo con qualche articolo di giornale. C’è bisogno di qualcosa di più forte, c’è bisogno di conoscere.

Io intanto continuo a conoscere la bella Tokyo, che ti succhia tutte le energie a poco a poco e poi te le restituisce di colpo, tutte in una volta, come i raggi di luce che si espandono prepotenti al mattino quando spalanchi le finestre. Eccola nella calma di una giornata uggiosa lungo la strada che da Kagurazaka porta a Iidabashi: quartiere che ha accolto la modernità senza rinunciare alla propria cultura. In ogni angolo qui si possono trovare ristoranti italiani, e francesi, spagnoli, senza far mancare i più tradizionali ristoranti giapponesi, come quello specializzato nella cucina dei soba che abbiamo provato. Proprio qui qualche settimana fa si è svolta una manifestazione atta a far rivivere le più antiche tradizioni di musica, balli e canti. Passeggiando per la strada ci si poteva imbattere nello Shinnai Nagashi, la perfomance di due musicisti di shamisen che suonano camminando per le strade; o il suono dei grandi Taiko a tempo con i battiti del cuore, e molto altro. Il quartiere di Kagurazaka (神楽坂 – letteralmente significa “la collina del kagura (musica accompagnata da danza usate per celebrare le divinità) ha una storia antica, sviluppatosi intorno al 17° secolo come zona residenziale dei samurai, che collegava il castello di Edo alle residenze nobiliari dei soldati. Da allora continuò a svilupparsi anche come quartiere delle arti performative con strumenti musicali tradizionali, divenendo anche residenza di molti letterati. Ancora oggi, se ci perde negli stretti vicoli contornati dalle tipiche casette di legno giapponesi, ad esser fortunati si può intravedere una geisha che si accinge ad entrare in una qualche sala da tè.

Iidabashi Iidabashi station Kagurazaka Kagurazaka Kagurazaka shinto temple

Nelle giornate di sole di inizio dicembre, poi, tutti i colori dell’autunno risplendono più gioiosi che mai per l’ultima volta, prima di lasciarsi andare al bianco del freddo inverno. Quello che ho imparato qui e che mi stupisce ogni volta è che non bisogna andare lontano per scoprire meraviglie! Basta avere la pazienza e la curiosità di voltare lo sguardo prima a destra e poi a sinistra del parco di Ueno, passando lungo il viale principale per scorgere piccoli e grandi tempi e santuari. Passando sotto i torii (gli inconfondibili portali rossi che danno accesso ai santuari shinto e più in generale ad arie sacre) per ritrovarsi fuori dal mondo, in un luogo magico e tranquillo.

Tokyo National Museum (Ueno)
Tokyo National Museum (Ueno)
Casa da tè - Giardino del Tokyo National Museum (Ueno)
Casa da tè – Giardino del Tokyo National Museum (Ueno)
Casa da tè - Giardino del Tokyo National Museum (Ueno)
Casa da tè – Giardino del Tokyo National Museum (Ueno)
Tokyo National Museum - Garden
Tokyo National Museum – Garden
Ueno - Toshogu jinja
Ueno – Toshogu jinja
Ueno - Toshogu jinja
Ueno – Toshogu jinja
Ueno - Pagoda
Ueno – Pagoda
Ueno - Torii
Ueno – Torii

Da Ueno a Nippori (日暮里), qualche chilometro più avanti, dove i liceali rientrano a casa in sella alla loro bici attraversando  il cimitero di Yanaka, dove riposano i membri della famiglia shogunale dei Tokugawa e alcuni letterati famosi come Enchi Fumiko. A guardia delle loro dimore il piccolo grande Buddha del Tennō-ji, che si trova a ridosso della stazione di Nippori.

Tennō-ji - Moon and Momiji
Tennō-ji – Moon and Momiji
Tennō-ji
Tennō-ji
Buddha - Tennō-ji
Buddha – Tennō-ji
Tennō-ji
Tennō-ji
Yanaka cemetery
Yanaka cemetery

A differenza dei nostri, nei cimiteri giapponesi i defunti non hanno un volto. Non ci sono fotografie. Forse per questo fanno meno paura dando un senso di universalità alla nostra esistenza. Alla fine siamo tutti uguali, nel tempo e nello spazio. Ecco perché qui non è strano vedere i bambini giocare sull’altalena accanto a chi riposa per sempre.

Tra gli alberi della parco di Inokashira invece, c’è chi non dorme mai, ma sta lì in piedi ad aspettare il tuo passaggio sperando di essere notato: è il grande Totoro, che da bravo spirito orso-topo accoglie i visitatori della foresta Ghibli dal vetro della sua cabina! A dir la verità, nel visitare il “Museo d’arte Ghibli” (c’è scritto proprio così all’interno!), ho mancato nel fargli visita o.O perché bisogna cercarlo bene 😉 anche se poi, se si ha il coraggio di raggiungere la stazione di Kichijoji dal dormitorio di Mitaka a piedi, lo si vede in tutta la sua tenerezza dal cancello che delimita l’area del museo. All’interno c’è una vera e propria foresta dove perdersi tra acquerelli, disegni e animazioni. Le stanze da lavoro sono riprodotte così verosimilmente che si ha come l’impressione che da un momento all’altro il maestro Miyazaki debba rientrare da una breve pausa, magari dal café che si trova al piano superiore, dove il cappuccino è arte e il pafe (una coppa di semifreddo) è ornato con le bandierine raffiguranti i personaggi dei film Ghibli. A dire il vero sono rimasta un po’ delusa dalla poca scelta offerta dal café e dalla poca “originalità”, ma non si può rifiutare l’invito del “Porco Rosso” all’entrata! Tutto il resto, beh, è da scoprire e soprattutto… immaginare ★

Ghibli Museum
Ghibli Museum
Laputa robot
Laputa robot
Porco Rosso menu
Porco Rosso menu
Ponyo Pafe
Ponyo Pafe

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Totoro - Ghibli museum
Totoro – Ghibli museum

Una delle esperienze che mi è capitato di fare è stata la vestizione del kimono per l’evento annuale di incontro tra gli studenti del dormitorio di Mitaka e gli abitanti del vicinato, organizzato da un’associazione di volontari della città. E’ stata un’esperienza molto interessante, durante la quale noi studenti, stranieri e giapponesi abbiamo potuto conoscere la gente del posto, soprattutto anziani che si sono dimostrati interessati alla vita universitaria che svolgiamo. Anche in Italia servirebbero queste “riunioni di quartiere”, per sentirsi una comunità, per conoscere chi dorme a pochi passi da casa tua. E trovo sia bellissimo il fatto che, imparando a stare a contatto con i giovani, ad interessarsi della loro vita da giovani e venendo a contatto con realtà culturali e linguistiche diverse, questi simpatici vecchietti si sentano vivi!

Bridal kimono - uchikake
Bridal kimono – uchikake
Bridal kimono - Shiromuku
Bridal kimono – Shiromuku
Shiromuku
Shiromuku

Tsukikusa ni

Koromo wa suramu

Asatsuya ni

Nurete no nochi wa

Utsuroinu tomo.

Con erba lunare

Tingerò la mia veste;

non m’importa se all’alba,

bagnato dalla rugiada

il colore svanirà.

Anonimo

(X sec.)

(Fonte : http://www.rossellamarangoni.it/a-proposito-di-vesti-e-di-kimono-preparando-un-corso-sul-kimono.html)