Alberi e Cyborg: le interconnessioni della vita ~ Tra le opere di Shinji Turner-Yamamoto  e Wang Zi Won

 

 copertina

“Per sfuggire al mondo

 non c’è niente di più sicuro dell’arte

 e niente è meglio dell’arte

per tenersi in contatto con il mondo.”

Johann Wolfgang Goethe

Lama Govinda Anagarika dice che “se guardiamo un paesaggio e immaginiamo che ciò che vediamo esiste come una realtà indipendente fuori da noi, siamo vittime di un’illusione. Se, invece, si vede lo stesso paesaggio rappresentato nel lavoro di un grande artista, allora – nonostante il dipinto crei l’illusione visiva di un paesaggio – sperimentiamo un aspetto della realtà, perché siamo coscienti dell’illusione e lo accettiamo come espressione di una vera e propria esperienza. Nel momento in cui riconosciamo l’illusione come tale, cessa di essere illusione e diventa espressione o aspetto della realtà e della nostra esperienza di vita[1]“.

Il lavoro della maggior parte di artisti contemporanei, sia orientali che occidentali, soprattutto coloro i quali sono influenzati dalla filosofia buddhista zen, verte proprio su questo scopo. L’artista, attraverso l’intenzione e la realizzazione dell’opera vuole risvegliare la sua mente e quella degli spettatori, prima di tutto attraverso il processo della sua creazione. Il vuoto, di cui parla Duchamp[2], che rappresenta l’inabilità dell’artista di esprimere in pieno la sua intenzione, è colmato proprio dalla partecipazione dello spettatore che rende reale il suo concetto fino a trascenderlo. L’etimologia della parola arte sembra derivi dalla radice ariana ar- che in sanscrito significa andare verso, ed in senso traslato, adattare, fare, produrre. Questa radice la ritroviamo nel latino ars, artis. Originariamente, quindi, la parola arte aveva un’accezione pratica nel senso di abilità in un’attività produttiva, la capacità di fare armonicamente, in maniera adatta. Ed è proprio in questo senso che si pone il lavoro dei due artisti trattati in questo elaborato: Shinji Turner-Yamamoto e Wang Zi Won. Nonostante la loro arte dia degli esiti che a primo impatto sembrano totalmente differenti, il concetto di fondo è lo stesso: dare coscienza agli esseri umani della loro presenza nell’universo e la necessità primordiale di adattarsi armoniosamente ad esso, accogliendo con energie positive ogni cambiamento, che sta alla base della vita stessa. Così, il primo si serve di Land Art e Arte Povera per mettere in contatto gli spettatori con la natura e insegnarne, attraverso l’identificazione con essa, il rispetto e la sua importanza per la nostra esistenza. Il secondo invece, crea le sue sculture robotiche a sua immagine, nell’ottica di un futuro che non rinnega la tecnologia neanche dal punto di vista spirituale.

 Shinji Turner-Yamamoto  è un artista giapponese, nato nel 1965 a Osaka e formatosi a Kyoto e Bologna, che crea le sue installazioni in tutto il mondo, comprendendo: Irlanda, India, Giappone, Italia e Stati Uniti. Secondo quanto afferma lo stesso artista “il suo lavoro creativo si concentra sulla ricerca e sull’affermazione delle manifestazioni delle connessioni universali tra l’umanità e la natura. In quelli che sembrano incontri casuali, cerca di trovare qualcosa di nascosto oltre l’accidentale[3]”. La sua esperienza di artista si fonde con i concetti della filosofia zen, secondo cui bisogna staccarsi dal proprio ego per raggiungere un livello di conoscenza superiore, che va al di là della mente, nel senso occidentale del termine. Secondo Yamamoto, infatti, “quando siamo consapevoli dell’esistenza di queste infinite connessioni, usciamo dalla nostra visione antropocentrica della vita ed entriamo in una visione olistica. Facendo ciò, siamo liberi dalle limitazioni della morte[4]”.

Il progetto sicuramente più rappresentativo di questa concezione è il “Global Tree Project”, che comprende alcune serie di opere che hanno come protagonisti gli alberi e gli elementi della natura circostante. In un’intervista egli spiega la genesi di questo progetto in continua evoluzione: “Il Global Tree Project è iniziato quando ho incontrato, per caso, in una foresta, una grande quercia sradicata. Era adagiata su una collina scoscesa verdeggiante come se stesse dormendo. Era tutto molto strano: l’albero era sul punto di morire, ma le radici erano solidamente attaccate alla terra e le foglie, ancora in vita, erano verdi e rigogliose: sembrava stesse dormendo tranquillamente. Quando tornai, qualche giorno dopo, l’albero era scomparso. Al posto delle sue radici rimaneva un segno, un cumulo di terra. Lì ho immaginato che crescesse un nuovo albero, proprio come il mondo che emerge dall’ombelico del dio indiano Vishnu, sotto forma di fiore di loto[5]”. La sua non vuole essere soltanto una forma artistica; anzi, l’arte è solo un pretesto per trasmettere la sua intenzione di “guarire la nostra ferita provocata dalla separazione originaria con il mondo primordiale e in particolare con le piante con cui, secondo lo storico delle religioni Mircea Eliade, abbiamo condiviso lo stesso utero, come dei gemelli siamesi , e riaprire la connessione con gli alberi per completarci e avere una nuova visione (del nostro essere e del mondo) tramite essi[6]”. Con il suo lavoro, Yamamoto vuole esplorare una poetica ricongiunzione con la natura, creando visibili legami e analogie tra la vita vegetale e l’umanità, ponendo l’accento sulla sensibilità ecologica e l’interconnessione di tutte le forme di vita.

La prima installazione nasce in Irlanda, nella Roches Tower di Cork, nel 2000: “AQUA: Omphalos[7]”.

aqua - omphalos schizzo

La suggestione del nome evoca la forza spirituale a cui mira. Il termine “omphalos”, infatti, in greco significa “ombelico”, inteso come centro fisico e spirituale da cui si è irradiato il mondo, come centro del microcosmo umano, ma ancor prima come rappresentazione astratta del divino, in connessione con Gea, dea primordiale, potenza divina della Terra. I Greci vedevano l’ombelico del mondo in una pietra grezza[8]. Secondo la definizione dell’Enciclopedia delle Religioni “l’espressione centro del mondo si riferisce a quel luogo dove le diverse modalità dell’essere si incontrano; il luogo dove si rende possibile la comunicazione e il passaggio”[9]. AQUA omphalosL’idea dell’artista è proprio questa: ricreare l’origine della vita nelle pietre, lasciando che la natura faccia il suo corso, nel ciclo infinito di distruzione e ricreazione, che in realtà è mero processo ciclico di trasformazione. All’intero delle rovine di un’architettura gotica del XVIII sec., su una scogliera affacciata sul mare, Yamamoto ha creato una scultura usando le pietre del luogo contenenti dei semi di un albero di mele. La creazione, lasciata intatta nel suo habitat, ha subito inevitabilmente delle variazioni nel corso del tempo. Quando il sistema delle radici dell’albero, nato grazie all’acqua piovana  caduta copiosamente, ha distrutto l’originale installazione, si è potuta considerare completata.

Per la seconda installazione, Shinji Turner-Yamamoto  nel 2003 ha scelto l’India: questo viaggio dell’artista verso una sorta di “risveglio” e “illuminazione” continua a New Delhi con “Secret Garden[10]”. L’albero scelto questa volta è il Banyan, un albero che possiede sulle 2800 radici aeree che arrivano a misurare 300 m in circonferenza. La particolarità delle sue radici evoca profondamente le connessioni della vita e l’energia vitale che ne scaturisce.

banyan tree

I rami, che crescono perpendicolari al suolo, lentamente si innescano nel terreno e diventano radici, dando vita ad un nuovo albero. Yamamoto ha creato un sistema di coni sul terreno che simboleggia la crescita delle radici, invitando lo spettatore a partecipare a queste connessioni future. “Il mio obiettivo non era di intervenire, ma di aiutare l’albero e di partecipare alla sua vita. In un mondo dove la violenza pervade, sentivo la necessità di trasmettere amore nei confronti del mondo. La creazione di queste colonne-connessioni sono essenziali non solo alla sopravvivenza dell’albero, ma anche alla nostra[11]”. Guidando la trasformazione del processo di creazione delle sue installazioni, l’artista risveglia gli spettatori ad una semplice verità: anche noi siamo impegnati nel cerchio della vita. Come troviamo conforto da questa comunione, riconosciamo la nostra tacita complicità nel violare l’ordine naturale e la conseguente responsabilità comune nell’averne cura.

banyan tree2

L’artista giapponese infatti, non modifica o usa la natura per l’arte, ma viceversa: nessun albero è morto per una sua creazione. Questo suo profondo rispetto nei confronti di ciò che non ci appartiene in senso unilaterale è quanto mai espresso nella più recente installazione del Progetto: “Hanging Garden”, del 2010. All’interno della vuota, sconsacrata e decadente Holy Cross Church, lontano dalla città Cincinnati di Washington, un albero vivente di betulla, ancora pieno di foglie verdi, stava sospeso a mezz’aria, riuscendo a vederne il fitto intrico di radici dal basso. Sotto di esso, a testa in giù e intrecciata alle sue radici, c’era una betulla morta, con rami vuoti, che premeva contro il pavimento come una scopa. Il risultato appariva miracoloso, un effetto rafforzato anche dall’ambientazione. Veniva qui messa in luce la stretta connessione tra la vita e la morte, la ruota dell’esistenza che non cessa mai di girare: come la natura può risorgere e dare significato ad un’architettura morta. In questo lavoro, l’artista ha voluto far sì che gli spettatori non meditassero soltanto sulla natura, ma anche sul rapporto con l’ambiente che l’uomo ha creato, modificando inevitabilmente l’equilibrio universale. Yamamoto dice: “Sentivo che la costruzione era morta, non solo fisicamente, ma spiritualmente. Sentivo il bisogno di vedere una nuova vita in quella chiesa decadente[12]”. Le radici dell’albero sradicato reggevano l’albero vivo, creando un giardino sospeso orientato come una sorta di torre o croce verso il centro della chiesa. La sua storia ha colpito e ispirato Shinji Yamamoto: originariamente il sito della chiesa e del monastero era occupato dall’Osservatorio di Cincinnati. Il luogo è stato per lungo tempo un posto dove l’umanità poteva connettersi con il cielo, prima con l’astronomia e poi con la spiritualità.

L’esposizione è durata tre settimane, il tempo massimo per poter mantere l’albero in vita, trattato

con un composto organico che induce ad uno stato di dormienza, in una situazione così inusuale. Dopo l’esposizione le radici dell’albero morto, il tronco e i rami sono stati trasformati in nuovi lavori dagli studenti di scultura dell’Accademia delle Arti della città. L’albero vivente, invece, è stato immediatamente ripiantato accanto alla chiesa. “Penso sempre al completamento del ciclo nei miei lavori. Sono andato a visitare la betulla alcune volte in quell’anno”, continua Yamamoto. “Le architteture storiche posseggono il potenziale di essere catalizzatrici della connessione tra la loro enigmatica presenza e il punto di accesso che ci offrono verso il passato. Questi documenti visivi e memorie sono estremamente importanti e ci aiutano a definire la nostra cultura[13]”.

Wang Zi Won, giovane artista coreano, nato nel 1980, invece di servirsi della natura per tentare di risvegliare gli esseri umani da un’esistenza priva di consapevolezza, costruisce delle figure meccaniche complesse di Buddha e bodhisattva che appaiono persi nella meditazione o nell’illuminazione. Wang-Zi-Won-5Queste figure ad alimentazione elettrica sono fuse con varie componenti meccaniche che sembrano delle aureole o dei fiori di loto e allo stesso tempo muovono le figure con movimenti ripetitivi, ciclici e ipnotici, intenti in una infinita recitazione silenziosa dei mantra, nella loro bianca immportalità. L’intenzione dell’artista è quella di osservare un futuro in cui gli umani e la tecnologia si fondono, in uno scambio positivo di “energie”. Wang Zi Won considera importante sfuggire dalla schiavitù umana per raggiungere l’armonia tra uomo e macchine. Egli ritiene che quest’armonia può essere raggiunta attraverso il processo delle pratiche religiose e l’illuminazione spirituale. Rappresentando quindi statue di Buddha e Bodhisattva, intende seguire questo sentiero, staccandosi dall’ansia, l’agonia e la sofferenza. La sua intenzione non è quella di enfatizzare gli aspetti religiosi ma riflettere la sua esperienza e così quella dell’umanità intera nella relazione con la tecnologia e la scienza. Secondo Wang Zi Won nel futuro gli umani si evolveranno e si adatteranno alla migliorata tecnologia proprio come gli uomini e gli animali, nel passato, si sono evoluti per adattarsi alle circostanze naturali. Egli vede questo futuro come inevitabile destino che non deve essere considerato come una negativa e triste distopia, ma un dialogo armonioso tra ciò che siamo e ciò che possiamo creare[14].

Le sue sculture di macchine in meditazione pongono la questione su cosa vuol dire essere umani. L’artista infatti, oltre alle figure buddhiste, rappresenta prima di tutto dei cyborg che hanno le sue fattezze. Shin Seung-o (curatore della Dukwon Gallery, dove i cyborg di Wang Zi Won sono stati esposti nell’agosto 2008 nella mostra “Collective Intelligence”) afferma: “Può un “Io” clonato dai miei geni essere considerato umano? wang-zi-won-ZUn altro uomo con le mie sembianze, può essere me? Può un cyborg avere il senso di spiritualità come gli esseri umani? Se è così, come dobbiamo considerare il corpo umano? I lavori (della mostra sopra citata) si basano su una macchina chiamata Z, protagonista che l’artista basa su se stesso. Z può esistere in quanto essere umano? Wang Zi Won crede di si[15]”. Da sempre gli esseri umani sono alla ricerca del vero significato dell’”io”, e nella società contemporanea, dove siamo tutti impegnati nella realizzazione personale, la necessità di trovarne un senso è quanto mai forte. Ecco perché le ricerche scientifiche più recenti si basano sulla clonazione umana e sulla costruzione di dispositivi meccanici che si comportano come gli umani, nell’intenzione, forse, di vedere la propria esistenza dall’esterno, proiettando la propria immagine al di fuori di sé, proprio come accade nel processo della meditazione. È proprio questa l’intenzione dell’artista nel creare Z, una macchina in continua trasformazione (uomo Z, Kannon Z, Buddha Z e Origine di Z), in cui non viene trasferita solo l’immagine di sé, ma anche il proprio spirito, per essere considerato anch’egli un “io” dagli altri. Il punto chiave per raggiungere l’armonia sta proprio nel fatto che questi robot devono essere accettati dagli esseri umani.

Questo “io” di Z, non è un “io” passato. La sua esistenza passata svanisce, e un nuovo uomo-macchina emerge. Z  è quindi un processo per diventare il perfetto “io”.

Gli occhi di Z, in continuo movimento, nella loro espressione di tranquillità, sembrano volersi rivolgere a chi li guarda, esclamando: “Ehi, ci sono anche io, posso guardarti negli occhi come tu fai con me e possiamo scambiarci  le nostre sensazioni. Tu sei me e in me ti rispecchi e ti confondi”.

Cos’è “umano”? Cos’è “macchina”? Un giorno i confini tra i due si accorceranno tanto da permettere alle differenze di scomparire? Se creiamo una macchina che replica in ogni aspetto l’essere umano pensante e cosciente, una macchina che replica anche ciò che è essere senziente, come si può affermare senza dubbi che la macchina non abbia in sé la percezione e il pensiero? Come si può giudicare se una macchina è senziente oppure no? Possiamo provare che noi siamo senzienti, oltre al semplice affermare di esserlo? Questa concezione richiama molto l’idea taoista e poi anche buddhista della relatività dell’esistenza degli esseri e delle cose, facendomi ritornare in mente l’episodio del Zhuanzi, “Quello che piace ai pesci”: « Zhuangzi e Huizi stavano passeggiando nei pressi della cascata di Hao quando Zhuangzi disse:
“Osserva come i pesci saltellano sull’acqua e poi si rituffano. Questo è ciò che ai pesci piace realmente!” Huizi disse, “Tu non sei un pesce — come puoi sapere quello che piace ai pesci?”
Zhuangzi replicò, “Tu non sei me, quindi, come puoi sapere che io non so cosa piace ai pesci?”
Huizi, “Non sono te, e per questo non so di certo cosa tu sai. D’altro canto, tu di certo non sei un pesce — quindi, questo prova che tu non sai cosa piace ai pesci!” Zhuangzi disse, “Torniamo alla domanda originale, per favore. Tu mi hai chiesto come so cosa piace ai pesci — quindi, tu già sapevi che lo sapevo quando mi hai posto quella domanda. Io lo sapevo semplicemente stando qui vicino all’Hao”.[16]
 ».

Wang Zi Won afferma che “crede che “io sono” è la proposizione assoluta fino al presente, e la moderna civilizzazione si è formata basandosi su questo enunciato. Comunque, se l’essere “io” è libero dal corpo e il nostro cervello diventa computerizzato, la memoria è espressa nella sequenza numerica binaria di 0 e 1, cosicchè la divisione tra il pensiero e i dati crolla, e la nostra memoria può essere salvata in hard disk come dati di immagini e suoni. In questo caso posso essere realmente un essere umano?[17]”. Wang dice inoltre: “Il corpo è la più importante parte che rende gli esseri umani, umani. Anche ora stiamo trasformando il nostro corpo con la tecnologia scientifica. Se continuiamo a cambiarlo, ci trasformeremo in qualcos’altro. Se gli umani si trasfromano in cyborg, il corpo limitato scomparirà e solo il loro pensiero sarà destinato a perdurare. Piuttosto che decidere se è un aspetto positivo o negativo, credo che la cosa importante sia pensare indipendentemente[18]w.z. w. - robot buddha

Nonostante il lavoro di Wang si basasse inizialmente sulla sua esperienza personale, egli ha esteso gradualmente il punto focale sull’esistenza dell’umanità intera, in una sorta di visione olistica del sé che si riflette su tutto il resto. Quello che intende trasmettere attraverso le sue opere, che possono anche far paura a chi vede una società troppo avanzata tecnologicamente destinata ad autodistruggersi, è l’idea che non bisogna accettare passivamente il futuro, ma adattarsi al cambiamento e alle sue conseguenze come l’acqua si adatta al suo contenitore. E nel fare ciò, Wang non si sbilancia mai, ma mira all’equilibrio e all’abbandono di ogni tipo di dualismo, inglobando cose e concetti contrastanti, la luce e l’oscurità, meriti e demeriti, paura e curiosità.

In conclusione, come affermato in precedenza, questi due artisti operano in maniera totalmente differente, con due approcci diversi, che convergono nell’idea comune che vogliono trasmettere: la necessità per gli esseri umani di “modellarsi” in contemporanea con i mutamenti di ciò che li circonda, sia esso la natura o il progresso tecnologico, dall’umanità stessa concepito, nell’abbandono di preconcetti e attaccamenti. Attraverso l’arte, che permette di stimolare le energie psico-fisiche e, attraverso il “percorso” artistico, che rende evidente quello che dall’interno viene proiettato all’esterno, è possibile illuminare la strada verso la comprensione di un livello di consapevolezza che permetta di dissolvere le barriere e le limitazioni create dalla nostra mente.


[1] Cft. http://slowpainting.wordpress.com/2007/06/14/buddhism-and-contemporary-art/ (consultato il 12/06/2013).

[2] Cfr. “Buddha Mind in contemporary art”, Jacquelynn BaasMary Jane Jacob (a cura di), University of California Press, California, 2004.

[3] Cft. “Shinji Turner Yamamoto” – http://yamamotoshinji.net/statement.htm (consultato il 09/06/2013).

[4] Ibidem.

[5] Cft. “PreservationNation Blog – Global Tree Project: A conversation with artist Shinji Turner-Yamamoto” – http://blog.preservationnation.org/2013/05/03/slideshow-global-tree-project-a-conversation-with-artist-shinji-turner-yamamoto/#.UatEgBLfhDc (consultato il 06/06/2013).

[6] Ibidem.

[7] Cft. “Shinji Turner Yamamoto – AQUA: omphalos” – http://yamamotoshinji.net/omphalos/omphalos_1.htm (consultato il 15/06/2013).

[8] Cft. Articolo “Omphalos, il nostro ombelico” del 22/12/2004 – http://www.tesionline.it/approfondimenti/articolo.jsp?id=16 (consultato il 15/06/2013).

[9] Ibidem.

[10] Cft. “Shinji Turner-Yamamoto  – Secret Garden” – http://yamamotoshinji.net/banyantree/secretgarden.htm (consultato il 15/06/2013).

[11] Ibidem.

[12] Cft. “PreservationNation Blog – Global Tree Project: A conversation with artist Shinji Turner-Yamamoto” – http://blog.preservationnation.org/2013/05/03/slideshow-global-tree-project-a-conversation-with-artist-shinji-turner-yamamoto/#.UatEgBLfhDc (consultato il 06/06/2013).

[13] Ibidem.

[14] Cfr. “Meditating Machinery: Mechanical Buddhas and Other Religious Icons by Wang Zi Won”, Colossal, art and visual ingenuity – http://www.thisiscolossal.com/2013/03/meditating-machinery-mechanical-buddhas-and-xanadu-by-wang-zi-won/  (consultato il 06/06/2013).

[15] Ibidem.

[16] Cft. “Zhuanzi”, Liou Kia-hway (a cura di), Adelphi, Milano, 1992.

[17] Cft. Absolute Art – http://www.absolutearts.com/artsnews/2008/02/04/34876.html (consultato il 07/06/2013).

[18] Cft. Ruminating – http://andiehannahweiner.wordpress.com/2013/03/08/mechanical-sculptures-by-ziwon-wang/ (consultato il 07/06/2013).

Annunci

一日のことわざ (ichinichi no kotowaza) ~ Un proverbio al giorno – 4

鬼の目にも涙

Oni no me ni mo namida

鬼のように冷酷で無慈悲な人間でも、ときには同情にほだされて、

目に涙を浮かべることがあるように、どんな人にも情というものがあるということ。

Immagine tratta da http://blogs.yahoo.co.jp/saru_to_wani/38448106.http

Anche negli occhi dei demoni le lacrime

Anche la persone più spietata e senza scrupoli come un demone ha un cuore, come tutti gli esseri umani, che è capace di provare misericordia e compassione.

Nel Sutra del Loto si racconta di un demone femmina, Kishimojin 鬼子母神, che per nutrire i suoi figli rapiva quelli di altre donne senza pietà. Le madri dei bambini rapiti si rivolsero disperate a Shakyamuni che per far capire al demone la gravità del gesto si vide costretto a rapire il suo figlio minore, Binkara. Kishimojin cercò disperatamente e senza sosta suo figlio. Non trovandolo si rivolse a Shakyamuni, che la rimproverò per la condotta malvagia e senza cuore che aveva avuto, facendola riflettere su quanto dolore aveva provocato alle madri dei bambini rapiti e uccisi. Le fece così promettere di non uccidere più bambini e quano lei giurò Shakyamuni le restituì suo figlio. Da allora Kishimojin e i suoi figli si fecero protettori dei devoti del sutra, pronunciando queste parole: «Onorato dal mondo, noi desideriamo proteggere coloro che recitano e abbracciano il Sutra del Loto e liberarli da ogni fatica e da ogni malattia» (Sutra del Loto, XXI cap.)

http://www.dailymotion.com/video/xl3fe9_mnmb-%E9%AC%BC%E5%AD%90%E6%AF%8D%E7%A5%9E%E3%81%95%E3%81%BE_creation

Narahara Ikko: “Japonesque Zen”

What does “Japanese culture” means and in which way words as “spirituality” and “religion” are important for Japanese? Where people nowadays search the sense of their life? I was wondering about all these questions while checking photography exhibitions in Tokyo. The name of one of those caught my attention: “Japanesque Zen” by Narahara Ikkō, described as “a sharp observer of modern Japan and its extremities”[1].

Susanna (@susannakabura) • Foto e video di Instagram_20150705191300

I didn’t know nothing about this artists, nor about the place the exhibition was held, the “Photo Gallery International” in Shibaura near Tamachi station, but I knew I would go to see it. I couldn’t take my eyes from the photo on the website chosen as presentation of the exhibition: I endlessly chased the wake of the lantern’s light the showed the passage of Buddhist monks, probably running for the preparations of the morning service. I wanted to find out more about the meaning of that light, what lay inside of the image my eyes couldn’t see. I went to the Gallery in an ordinary sunny day and after crossing some bridges I reached the place in a secondary street. On the entrance the invitation to freely visit the gallery. I went upstairs on the second floor finding myself in front of a small white room, where few photos, all framed in white, waiting silently to be observed. According to the guestbook just few people came to see the exhibition, I was the only foreign. The 12 photos were shouted during the 1979 in the Sōjoji temple in Ishikawa and Yokohama, all black and white, where light and shadow are the real protagonists. As Narahara said, shadow exists only because light exists and the human being existence could be compared to the space occupied by the shadow of our physical body. For Narahara, the perception of the photo starts from reading the space and time as included simultaneously. This is his way to get closer to the real essence of Zen. In the monosyllabic Japanese word Ma (間) there is the space (門 = door) in which the sunlight (日= sun) peeps in: the interval of waiting for the sun and the moment in which it can be seen from the door is empty, but this emptiness is not negative, rather implies all the potentialities of the moment, both positive and negative. In Narahara’s photos this Ma is filled with motion, captured by the camera in an eternal moment in which past, present and future are in the same space at the same time. Negative and positive spaces, considered from the point of view of the photographic technique, are blended and not easily recognizable so that the audience member’s mind can start its own creative process filling the photo with their thought and feelings.

image6097_3

On a simple bamboo wall it is reflected by a circular glow a face’s profile as surrounded by an aura, while from the dark emerges a head illuminated by a dazzling glow, emptying of any material consistence. What is real? And what, conversely, is our mind’s product? The external existence is different from the inside? Using camera as a machine for meditation, Narahara considers photos as scene and evidence of the external reality and the sphere of heart that meet each other and become one, but in order to ensure that they can meet, it must be programmed in detail a mechanism that continues to function properly[2].emptiness is not negative, rather implies all the potentialities of the moment, both positive and negative. In Narahara’s photos this Ma is filled with motion, captured by the camera in an eternal moment in which past, present and future are in the same space at the same time. Negative and positive spaces, considered from the point of view of the photographic technique, are blended and not easily recognizable so that the audience member’s mind can start its own creative process filling the photo with their thought and feelings. f8fe099f3697dce55a09ac11ea07ea63

From this point of view his works became koan, enigma of the space-time which separates dream and reality, a way to meditate as it was originally in the original Zen Buddhism when this teaching focused on a picture to contemplate. Looking back on the past, Narahara tried to unveil the traditional culture that still lives in contemporary Japan, canceling distances and allowing, perhaps, to see our own nature.

[1]    Time out http://www.timeout.jp/en/tokyo/event/14127 (consulted the last time on July 5, 2015)

[2]    Nihon no shashinka (31)  – Narahara Ikko, Nagano Shigekazu (curated by), Iwanami shoten, 1997, p. 6.

一期一会 (Ichi-go ichi-e) – “One time, one meeting” o dell’unicità di ogni incontro (Parte 1)

Sono passati più di due mesi dall’ultimo post… Ormai non posso fare più gi auguri di Natale, Capodanno e San Valentino, ma sono ancora in tempo per quelli di Carnevale forse! XD Ebbene, in questi mesi non mi sono fermata, ho viaggiato, i miei occhi hanno visto posti nuovi e le mie orecchie hanno ascoltato la voce di tanta gente, sconosciuta e non. Ichi-go ichi-e  è un idioma giapponese di 4 parole (yojijukugo)che esprime un concetto relativo alla filosofia zen e associato alla cerimonia del tè. Ogni momento è unico, ogni incontro è unico, e bisogna onorarlo per la sua unicità qui e ora, nel presente.  E’ quello che sto cercando di fare da quando sono arrivata in Giappone e soprattutto negli ultimi due mesi di viaggi, che mi hanno insegnato ad apprezzare la transitorietà del tempo e dello spazio e fare tesoro di ogni incontro. E ora… inizia il mio viaggio in vostra compagnia !  24 -26 Dicembre 2014 高野山  – Monte Kōya (Kōyasan) Quando arriva Natale e sei lontano da casa, dalla famiglia e dagli amici, nel Paese che ami e che è ancora tutto da scoprire, qual è la cosa migliore da fare?! Ma certo… Viaggiare! Per il giorno di Natale ho scelto, seppur a modo mio, la preghiera, nel posto forse più spirituale di tutto il Giappone : il Monte Kōya(高野山), nella prefettura di Wakayama 和歌山, a Sud di Ōsaka 大阪. Luogo stabilito esattamente 1200 anni fa per la pratica e lo studio del Buddhismo esoterico della setta Shingon 真言, fondata da Kōbō Daishi (Kūkai 空海). Dal 2004 è stato designato come Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO. monte koya cartina Nel mio primo viaggio in assoluto con l’unica compagnia della mia fotocamera, arrivata a Ōsaka con il bus notturno (la soluzione più economica anche se quella che impiega più tempo), alle 6 del mattino mi dirigo verso la stazione di Namba(難波) da dove prenderò il treno della Nankai Koya Line fino a Gokurakubashi, attraversando i paesaggi montani dove il tempo sembra trascorrere senza fretta. Da Gokurakubashi una cable car si arrampica per 5 minuti fino a 1000 m di altezza dal livello del mare e arrivati in cima la “fresca” brezza avvolge tutto il corpo in un brivido di freddo e meraviglia. Con gli autobus locali raggiungo quello che sarà il mio alloggio speciale per due giorni: uno dei più di 50 templi che offrono ospitalità sul Kōyasan. Il Jōfukuin 成福院 è un raro esempio di templi della tradizione Birmana in Giappone con la sua pagoda dalla forma ottagonale (Manihōtō 摩尼宝塔). La custode e i monaci del tempio, sorpresi di vedere una giovane ragazza sola visitare e alloggiare al monte proprio il giorno di Natale, mi hanno accolta con gentilezza e discrezione e non mi hanno fatto mancare niente. Colazione e cena vegetariana (shōjin ryōri 精進料理) saporite e belle da vedere, camera in tatami con shōji che davano su un piccolo terrazzino e giusto per rimanere aggiornati sulle notizie dal mondo, tv e wifi. Essendo una dei pochissimi turisti al monte e forse l’unica al tempio, è stato il viaggio che cercavo. Un luogo dove raccogliermi in preghiera e raggiungere almeno col cuore la mia famiglia e dove raccogliere i miei pensieri e recuperare energie per l’anno che sarebbe arrivato a breve. Al mattino sveglia prestissimo per partecipare allo otsutome, la cerimonia buddhista mattutina durante la quale i monaci cantano i sutra per quasi un’ora nella hondō (本道) del tempio. Dopo la colazione subito pronta per iniziare il pellegrinaggio. La mattina spetta al lato Ovest del monte. Al tempio Kongōbuji 金剛峯寺 (Tempio della montagna di diamante), quartier generale della setta Shingon, nella quiete della leggera neve che mi accompagnava ho ammirato le ante scorrevoli dipinte da Kanō Tansai, Toshitsu Saito e Moriya Tadashi che rappresentano spettacolari paesaggi naturali e scene del soggiorno di Kūkai nella Cina dei Tang. Sulla via verso il giardino di pietre Banryūtei ((蟠龍庭) mi sono fermata ad assaporare con calma una tazza di tè offertami da alcune simpatiche soignore nella sala da tè Shinbetsuden. Seconda tappa al Danjo Garan (Garan deriva dal sanscrito samgharama, che significa un luogo tranquillo e ritirato dove i monaci Buddhisti potevano dedicarsi alla pratica), uno dei luoghi più importanti del Kōyasan che comprende circa 20 strutture.  Il maestoso stupa rosso Konpon Daitō che nei suoi 48.5 metri di altezza custodisce un mandala tridimensionale, con un’imponente statua di legno di Dainichi Nyorai del Taizōkai (il Regno della Matrice) circondato dai 4 Buddha Kongōkai (il Regno di Diamante). In rispetto della sacralità del luogo, non sono permesse foto all’interno, ma d’altronde non avrebbero lo stesso impatto emotivo del trovarsi ai loro piedi nello stesso spazio e nello stesso tempo. Al centro di tutto il complesso si trova il sanko no matsu, il pino dove, secondo la leggenda, sarebbe caduto il vajra a tre punte che Kūkai lancio verso Est con la preghiera di essergli rivelato il posto ideale dove costruire il suo monastero. Questo pino ha tre punte invece di due, proprio come il vajra lanciato dal monaco. A fare da guardia all’intero sito c’è il Miyashiro, il santuario dedicato alle divinità tutelari del monte: Niutsuhime e Kariba-myojin. Non c’è da stupirsi che ci siano santuari Shintō anche in un luogo completamente dedicato alla pratica buddhista: prima del periodo Meiji era pratica comune per i templi e monasteri buddhisti incorporare santuari a protezione delle aree sacre. Inoltre in Giappone le divinità Shintō erano considerate come manifestazioni di Buddha e Bodhisattva: ecco perché non è raro incontrare per tutto il Paese complessi che uniscono templi e santuari. Discendendo dal Chūmon (Porta di mezzo) arrivo al Museo Reihokan che conserva statue, mandala, dipinti e documenti tra tesori nazionali e importanti beni culturali. Tra questi sono esposti i grandi “Mandala di Sangue”, su cui, secondo la leggenda, i Budda Cosmici (Dainichi Nyorai 大日如来) rappresentati al centro dei Mandala furono dipinti con colori mischiati al sangue della fronte di Taira no Kiyomori (1118-1181), comandante del XII sec, della famiglia più potente del Giappone del secolo . Si dice che sia stato fatto per auspicare la pace in tutto il Giappone. Dal Daimon (il grande cancello che da formalmente accesso all’intero complesso del monte con i suoi 25 metri di altezza e i due guardiani ai lati) ripercorro la stessa strada per salire verso il Nyonindō, l’unico dei sette templi costruiti ad ogni entrata del monte per dare rifugio alle donne praticanti che si recavano in pellegrinaggio al Kōyasan, il cui centro era chiuso alle donne fino al 1872. Da qui fino al Daimon (e viceversa) si può percorrere il percorso di pellegrinaggio delle donne (nyonin michi 女人道) che con 20 minuti di cammino porta sulla vetta del monte Benten-dake, per poi ridiscendere verso il grande cancello continuando verso lo Otasuke Jizō, un piccolo santuario dove si prega per far avverare un proprio desiderio. Per ragioni di tempo meteorologico e non, purtroppo questa volta ho dovuto saltare questa parte..image Il pomeriggio invece l’ho dedicato al pellegrinaggio verso lo Oku-no-in  (奥の院), il Mausoleo di Kōbo Daishi, il luogo più sacro del monte, che si raggiunge, una volta superato il primo ponte (ichi-no-hashi) dopo essersi inchinati in segno di rispetto a Kūkai,  percorrendo un sentiero di 2 km ai cui lati si trovano alberi di cedro centenari e più di 200.000 pietre tombali, tra cui quella di Oda Nobunaga, il monumento di haiku di Matsuo Basho e il monumento di tanka di Yosano Akiko.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Al Gobyo-no-hashi metto via in custodia la fotocamera, mi inchino nuovamente e mi preparo spiritualmente. Ad ogni passo respiro, ascoltando i suoni e i profumi della natura. Stanca ma in pace arrivo al Torodō,il tempio dove centinaia di lanterne secondo la tradizione bruciano ininterrottamente dalla morte di Kōbo Daishi. Alle spalle del tempio si trova il Gobyo, il mausoleo dove riposa da più di 1000 anni il fondatore di questo luogo di pratica e preghiera. L’ultima mattina la dedico alla via Odawara, costituita da vari negozietti di souvenir e cibi locali: specialità del monte sono il goma-dofu che ha la consistenza del tofu ma in realtà è fatto con una sorta di pasta di semi di sesamo, e gli yaki-mochi , piccole tortine di farina di riso con ripieno dei tipici fagioli rossi cotte alla piastra. In tutta questa spiritualità non bisogna pensare che potreste morire di fame! Percorrendo le vie principali la sensazione è quella di un tranquillo paesino di montagna dove non mancano ottimi ristoranti e café (non solo vegetariani) e parrucchieri! Prima di ridiscendere verso la moderna Ōsaka, avvolta dal bianco della nevicata notturna mi appresto a prendere parte al Jukai, semplificazione della più antica cerimonia buddhista per prendere rifugio nei Tre Gioielli del Buddhismo e ricevere i precetti della legge buddhista. Mi purifico sfregando la polvere d’incenso nelle mani prima di entrare nella stanza completamente buia dove il monaco e tutte le parti che compongono il mio “me” recitiamo i mantra con concentrazione e consapevolezza. Alla fine ricevo il Bosatsu kaichō, il mio “attestato di partecipazione”. No, non sono diventata un monaco, e non sono diventata buddhista: questo è solo una piccola anteprima di un cammino molto più lungo… Intanto però, col cuore leggero e la mente serena ripercorro il viaggio al contrario, lasciandomi alle spalle 1200 anni di storia che non si arrendono al tempo. Nel pomeriggio invece raggiungo la “Napoli” giapponese, ma questo è un altro post …