~Sbocceranno i fiori e sarà primavera~

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Si dice che fin dai tempi più remoti i giapponesi siano sensibili al cambiamento delle stagioni, associando umori e sensazioni e adattandosi ad esse. Un’isola dalle temperature clementi e dalla natura rigogliosa, dove per vivere non c’era bisogno di combattere.Perciò questo popolo ha basato la sua esistenza sull’agricoltura, in una terra dove era naturale coltivare lo spirito di collaborazione reciproca.

Nella credenza che tra tifoni e piogge abbondanti di una natura severa risieda la forza di molti dèi, adorano tale natura, ne hanno rispetto e timore.

È dall’antichità che i giapponesi esprimono le delicate sensazioni che le stagioni gli ispirano attraverso poesie, haiku e dipinti, sviluppando termini ed espressioni capaci di esprimere a parole ogni piccolo cambiamento della natura e dell’animo umano.

 

Divisione delle stagioni

Osservando attentamente il ripetersi ad ogni anno delle stagioni, la gente ha elaborato una grande saggezza per esprimere nel dettaglio questi cambiamenti, dividendo le stagioni in 24 parti e ulteriori 72 mutamenti climatici.

Il vecchio calendario lunisolare (太陰太陽暦 – Taiin taiyōreki), chiamato anche Kyūreki 旧暦 ha origini antichissime, trasmesso dalla Cina in Giappone nel VII secolo.

Ma cosa sono concretamente queste 24 piccole stagioni? In pratica si basano sul movimento del Sole e sulla sua longitudine eclittica che hanno portato alla classica divisione in due solstizi (estate e inverno) e due equinozi (primavera e autunno) che a loro volta vengono suddivisi in due parti, segnando l’inizio e la metà di ogni stagione (yotsudate – 四立). Si creano così 8 divisioni che vengono divise ulteriormente in 3 parti a cicli di 15 giorni (quindi ogni stagione risulta avere 6 divisioni), creando i 24 sekki (二十四節気).

stagioni giappo(Immagine tratta da: http://www.gaspo.ne.jp/portal/lives/43)

Inoltre, ognuna delle 24 parti viene suddivisa in 3 in base ai cambiamenti climatici, portando alla creazione di 72 spazi di tempo di 5 giorni l’uno.

Ad ogni periodo vengono associate parole che indicano la condizione del tempo meteorologico e degli esseri viventi e nel tempo sono state codificate i Saijiki 歳時記, le “Antologie delle quattro stagioni”, dove sono raccolti dai 15000 ai 25000 kigo 季語, le parole delle stagioni, a raccontare di un universo che cambia in continuazione.

 

 Cambiano le stagioni e le emozioni

A cominciare dal cibo, il cambiamento delle stagioni influenza la vita e la cultura giapponese a 360°. Come per il frappè di Starbucks ai fiori di ciliegio, tanto per dirne una, gli ingredienti di stagione vengono usati solo in quello specifico periodo, gustandone il sapore con gli occhi e col palato, mentre il pensiero volge verso la stagione che sta per arrivare.

DSC_0863Le case tradizionali si adattano ai cambiamenti stagionali e al clima caldo e umido, “incastonate” naturalmente nel paesaggio creando armonia e non distruzione, dove il cuore e la mente possono arricchirsi di energie positive. Gli animi si calmano ascoltando il suono della pioggia battente sui tetti di legno e lasciandosi accarezzare dal vento che come un dragone si destreggiava con delicatezza attraverso gli shōji, le porte scorrevoli di carta.

In primavera, quando la natura si sveglia, anche il cuore comincia ad agitarsi. Nell’abbondanza della piena fioritura dei ciliegi anche gli esseri umani gioiscono e in empatia con essa festeggiano allegramente bevendo e cantando. In autunno invece l’animo si calma, perdendosi tra i colori accesi della maestosa morte della natura nel ciclo infinito dell’esistenza. Nella filosofia orientale, specie nello Zen, gli esseri umani e l’Universo non sono soltanto connessi imprescindibilmente, ma sono una cosa sola, forme diverse di un’unica sostanza. Il corpo fisico degli esseri umani è un microcosmo che riflette la struttura del Cosmo infinito.  Immagine

Si dice che al giorno d’oggi i giapponesi, soprattutto i giovani stiano dimenticando l’importanza della natura e l’interconnessione con l’Universo. Tuttavia, nella ciclicità annuale ogni mese i treni sono pieni poster pubblicitari di festival legati a piante e animali di quella stagione. Il festival delle ortensie アジサイ (ajisai) a giugno, il festival delle lucciole蛍 (hotaru) a luglio, il festival delle rose バラ (bara), il festival delle ipomoea 朝顔 (asagao), il festival dei crisantemi 菊 (kiku) si susseguono uno dopo l’altro in un tripudio di colori. Di questi ho avuto la fortuna di partecipare al festival delle lucciole in un parco di Yokohama. Nonostante non fosse molto conosciuto era pienissimo di gente. Adulti e bambini hanno aspettato diligenti sulla riva del ruscello fino al calare del sole e nello stesso istante in cui la prima timida lucciola ha fatto la sua comparsa, tutti, grandi e piccini avevano dipinto in volto la sorpresa e l’eccitazione dello spettacolo che la natura stava per offrirci.

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風鈴の音色 ~ I colori del vento

Luglio sta per terminare, l’estate giapponese invece è appena iniziata. I ragazzi si preparano per i 夏合宿 (natsu gasshuku), i campi estivi dei propri club universitari. Dopo un altro semestre di studio matto, tra una pennichella e l’altra in biblioteca, finalmente è arrivato il momento di divertirsi (senza dimenticare però le attività dei club :P) e di stringere amicizie condividendo il tempo insieme, facendo le stesse esperienze al di fuori della scuola.

Io invece, che ho abbandonato i club a cui mi ero iscritta ormai da diveri mesi, mi preparo ad un altro viaggio più lungo. Intanto però mi godo i suoni, gli odori e i colori di un’estate umida, scandita dal canto delle cicale a volte troppo assordante. Gli ombrelli trasparenti fanno posto ai ventagli di plastica riposti accuratamente in un cestino davanti ai negozi. 「ご自由に取ってください」(Go jiyū ni totte kudasai) – “Prendeteli liberamente”. L’efficienza e l’accorgimento per le piccole cose che però possono cambiare il corso della giornata (pensate al caso in cui state smoccolando appena usciti dalla stazione e vi accorgete di non avere alcun oggetto simile a un pacchetto di fazzolettini. Ecco che arrivano gli omini e le donnine vestiti di rosso, giallo o in elegantissimo completo, pronti a soccorrervi con pile di fazzolettini!) non finiranno mai di stupirmi in questo Paese.

Uno dopo l’altro si susseguono i 祭り(matsuri), i festival che celebrano fiori, animali, tradizioni. Ho aspettato trepidante l’estate per questo. Tra danze e campane del vento cammino tra la gente e gli stand di yakisoba, yakitori, dolci vari che mi investono e mi attirano col fumo dei cucinotti in azione. Nel weekend il 盆踊り祭り (Bon odori matsuri), la festa della danza per gli spiriti. Di regione in regione, musiche e movimenti diversi vengono eseguiti per rendere omaggio alle anime degli antenati che vengono a fare visita ai loro cari in questi giorni particolari. Ci vado con la mia “ホームビジットの母”, una dei tanti volontari che accettano nelle loro case dei giovani stranieri in cerca di identità culturali diverse dalle loro. Lei e le altre simpatiche signore tentano di farmi partecipare alla danza, ma si arrendono all’evidenza della mia totale incapacità a muore un passo senza rendermi ridicola XD Intanto (era il 18 Luglio) nei cieli di Tokyo compare all’improvvviso un arcobaleno, e poi due. Due grandi semicerchi dalle sfumature inconfondibili fanno da cornice ad un tramonto senza più pioggia, abbracciando l’intera città. Per fortuna ci si dimentica della mia goffaggine e tutti alziamo lo sguardo al cielo, godendo con tutti i sensi di un pomeriggio di festa, mentre i taiko scandiscono il ritmo dei battiti del cuore.

Niji above Tokyo

Non mi fermo, e il giorno dopo faccio visita a due templi per uno dei miei festival preferiti: il 風鈴祭り(fūrin matsuri), la festa delle campanelle che tintinnano al vento. E’ il suono dell’estate, di un’estate giapponese che ho sempre sognato.

La storia dei fūrin risale ai tempi dell’antica Cina, dove venivano utilizzati dagli indovini per predire la fortuna in base alla direnzione del vento e al suono che producevano le campane. In Giappone la loro funzione è cambiata e venivano appese ai quattro angoli dei templi per scacciare gli spiriti cattivi. Quando diventarono popolari cominciarono ad essere prodotti in diversi materiali e forme. Uno dei più comuni diventò il vetro, diffusosi da Nagasaki quando gli stranieri insegnarono la tecnica di lavorazione di questo materiale ai giapponesi.  (fonte: http://nihon-ichiban.com/2012/07/22/an-overview-on-japanese-furin-glass-wind-chimes/). Al giorno d’oggi non solo i templi, ma le case e i negozi sono adornati con tante di queste campanelle dal suono nostalgico e rilassante, diventando uno dei simboli dell’estate giapponese.

Vado alla loro ricerca e internet e il mio istinto mi portano molto lontano da casa mia, dove c’è lo Ikegami Honmon-ji, complesso buddhista della setta Nichiren, dove si dice che Nichiren stesso sia morto. In questo luogo per pochi giorni 500 campane in gisa si lasciano accarezzare dal vento, raccontando storie silenziose ai visitatori. Nel primo pomeriggio il tempio è tranquillo, pochi giapponesi che passeggiano senza fretta e io, l’unica straniera come spesso accade in posti poco conosciuti e lontano dal centro. DSC_9827Ero ancora a testa in sù incantata dalle campane quando si avvicina una piccola signora con in testa un cappello a visiera rigida. Mi parla in inglese, con timidezza ma coraggio. Le rispondo in giapponese e le si stampa un largo sorriso sul viso. E’ una guida del luogo, volontaria (non è raro incontrarle in Giappone. Anche a Nara, nonostante la pioggia battente ne ho incontrata una). Ho tempo, decido di farmi guidare da lei e scoprire qualcosa in più di quel luogo. Mi porta a visitare la Soshi-dō, la sala principale, dove si trova una piccola statua di Nichiren, poi alla Pagoda a 5 piani e al Tahōtō, lo stupa rosso costruito per conservare le ceneri del monaco. Rimango a guardarlo per un pò, affascinata dalle forme bombate che prendono le distanze dal resto del complesso. Si dice infatti che sia l’unica struttura di questo genere in Giappone. Osservo e ascolto. La guida parla, mi spiega e continua a meravigliarsi di me occidentale interessata al Buddhismo e alla sua storia. Mi parla come se fossi del luogo, chidendomi di cose che non posso sapere e si scusa perché a parlare così liberamente si era dimenticata che non fossi giapponese. Sorrido e dentro di me cresce un pò di orgoglio. A volte basta poco per sentirsi vicini, basta ascoltare e saper capire. Altre volte invece i cuori sono così lontani che non bastano parole né silenzi per legarli.

Mi allontano dalla quiete dello Honmon-ji per recarmi un pò più a Nord, al Kawasaki Daishi, dove le campane non sono 500 ma molte molte di più, così come la gente! E’ un tripudio di suoni e di colori, un bazar di sogni dove ognuno può scegliere il suo, che può essere uguale agli altri nella forma, ma la sostanza è intrisa della personalità di ognuno. Tante coppie di giovani giapponesi in yukata che scelgono con pazienza il loro fūrin, toccandoli leggermente col dito per sentirne i suoni e dare via al concerto.

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Anche per quel giorno il sole comincia a spegnersi dientro il cancello che dà accesso al tempio. La gente continua a passeggiare mentre io mi allontano con un sogno da riempire con la mia esistenza.